Natale

di Francesco De Rosa

La notte di Natale, più che alla commemorazione della nascita del Divin Bambino viene in Gallura dedicata al dio Ventre e a Bacco assettato. Gli uomini si portano, quando non lo fanno presso le loro case, a gozzovigliare (fà ribotta) nelle taverne, riempiendosi lo stomaco di gnocchi, di maccheroni o d’altri cibi, e di frutti secchi, innaffiando il tutto con vino abbondante. Le donne se ne stanno sedute a casa attorno al focolare o al braciere, e le vecchie raccontano, per tener desti i nipotini fino all’ora d’andare a chiesa, foli e fiabe piacevoli.

Verso le dieci e mezza si va in chiesa ad assistere alle sacre cerimonie del Natale.

I giovani a Terranova, più che per sentimento religioso, ci vanno per darsi svago: cosicché non pare in quella notte d’essere in chiesa, ma in un teatro di burattini o in un ridotto di buontemponi e di scostumati. Molti giovanotti portano le saccocce piene di coccole di mirto, di cui i Galluresi sono ghiotti, e ne tirano manate in aria facendole piovere sulle persone; altri portano noci, nocciole e mandorle che schiacciano lì e sgusciano per mangiarne i semi ed i gherigli, offrendone alle ragazze che non li rifiutano; altri fichi ed ampolline di vermouth, di vino o di liquori che bevono e fanno bere agli amici ed ai conoscenti.

Intanto si formano dei crocchi, ragionando del più e del meno, parlando di sposalizi contratti o andati a monte, d’innamorate vecchie e nuove, di femmine galanti e generose, di richieste di matrimonio e di rifiuti, di scampagnate, di corse, di giochi, di scommesse, di buoi, di cavalli, di cani, di seminati, di orti, di pastorizia, di pesca e di caccia; passando in rassegna la vita dei presenti e degli assenti; elogiando o biasimando le loro azioni, gli scritti, i discorsi, i detti, i motti; facendo della critica letteraria, scientifica, teatrale, musicale e coreografica.

E tutto ciò, non a bassa voce, ma a voce chiara ed intelligibile, esprimendo le idee con enfasi e passione, gesticolando, battendo i piedi, rivoltandosi, ora dall’una ora dall’altra parte, sempre vociando, interrogando, rispondendo, ridendo, ghignando, zufolando, zittendo, sbuffando, dando e ricevendo sgambetti, urtoni, per cui vi è sempre un baccano, un parapiglia, un pandemonio indiavolato.

I sacerdoti, veduta la mala parata, non sapendo a qual santo votarsi, sono costretti a fare appello ai carabinieri («alla benemerita») per ristabilire la calma; ma questi non sempre riescono nello scopo.

A mezzanotte il canto del Gloria in excelsis Deo, annunzia la nascita del Bambino: allora tutti si danno in preda ad una gioia indescrivibile, vera essa sia o simulata, battendo le mani, percuotendo coi piedi il pavimento, dando pugni ai confessionali, pestando spesso questi e le panche con sassi di cui alcuni si erano premuniti; rendendo in tal modo più assordante il baccano e maggiore la confusione.

Mezz’ora dopo, terminata la funzione religiosa e usciti di chiesa, tutti tornano alle loro case, dove trovano pronto un bell’arrosto che mangiano allegramente innaffiandolo copiosamente con vini prelibati, e dopo l’arrosto mangiano dolciumi casalinghi, pan’e sabba, cuccjuléddi melati, origlietti, niuléddi, turroni, ecc., bevendovi sopra vino bianco o moscato o liquori, in ultimo il caffè. Come è facile figurarsi, nessuno in quella notte si fa pregare, e quanto si mette in tavola sparisce interamente nella gola dei commensali; specialmente ad Aggius e a Bortigiadas, dove si crede che non rimpinzandosi bene, la notte vi si recherebbe la Palpaccja a porre, durante il sonno, una grossa e dura pietra nell’angolo della pancia rimasto vuoto.

La sera precedente il Natale, alla prima ora del vespro, i sacerdoti vanno in giro per il paese, dopo aver stabilito la zona di ognuno, seguiti dai sacristi, che portano ciascuno in spalla una bisaccia ed in mano una piletta a metà d’acqua lustrale, con dentro l’aspersorio. Essi entrando in ogni casa e in ogni vano, fanno coll’aspersorio croci a destra e a sinistra, aspergono coll’acqua santa mobili, pareti e pavimento, pronunziando parole di rito: poi danno a baciare la stola, che loro pende dal collo, agli abitanti o che altrimenti vi si trovano dentro. La padrona di casa mette intanto un pane nella bisaccia del sacrista e lascia cadere nella piletta una moneta di bronzo o d’argento, e invita prete e sacrista a mangiar dolciumi e a bere vino o liquori e caffè.

Il denaro va a beneficio del prete e il pane a profitto del sacrista, meno che a Calangianus dove avviene all’inverso.

Ad Aggius i fanciulli, che solitamente seguono dappertutto il prete, gridano: Li cozzuli farini, e cercano di rubacchiare legna, se non viene data loro spontaneamente, per portarla dal prete il quale li ricompensa con un tozzo di pane più o meno grande secondo la grossezza del fastello ad esso portato.

A Calangianus la sera sul tardi i fanciulli e i giovanotti, i primi in ogni casa e i secondi presso le ragazze, vanno a chiedere li ceni, ricevendovi in regalo cucciuléddi, papassini, niuléddi, nóci, fichi secchi o altri dolciumi o frutti.

Anche a Luras si chiedono sal nottel de chena, ricevendo gli stessi regali che a Calangianus.

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