Impressioni d’una gita a Caprera →
di Cesare Tocalli
1882
Indice
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I. LA PARTENZA
Un vivo desiderio di visitare la prediletta dimora di Garibaldi e mettere io pure il piede sul sacro suolo di Caprera, mi spinse a lasciare le native montagne della Valtellina, per imbarcarmi su uno dei vapori della Compagnia Rubattino, che da Genova fanno rotta per la Sardegna.
Alla sera del giorno 8 Luglio scorso adunque io montava a bordo del vapore Lombardia, ed aveva compagno nella gita mio padre, il quale malgrado i suoi 72 anni sentiva ancora l’energia per affrontare i disagi di un viaggio faticoso in quell’età avanzata e non affatto scevro da pericoli. Comandava il piroscafo l’eccellente Capitano Barbieri, la più buona pasta d’uomo al mondo, che bellamente sapeva mostrare ed infondere giovialità, e che colla sua cortese accoglienza faceva sentire una gradevole impressione opposta affatto alla provverbiale ruvidezza di questi lupi di mare.
A bordo, persone e cose, tutto era confortevole e noi si sperava che la traversata fosse felice; ma il mare alquanto agitato conturbò la comune allegria. Infatti, mentre dal bordo si vedevano ancora distintamente i lumi delle vie di Genova, un vento dispettosamente cominciò a soffiare, il bastimento a dare certe scosse, che ci fu necessario abbandonare il cassero per rinchiuderci nelle nostre cabine, ove pur troppo molti non tardarono a pagare il loro tributo all’infido elemento. La nottata fu lunga, penosa, e quando Dio volle, all’alba cioè del giorno successivo, si toccò il porto di Livorno.
Qui la sosta fu di poche ore: verso mezzogiorno il Capitano dava l’ordine della partenza ed il legno esciva dal porto diretto verso la Corsica. Il mare era sempre agitato, ma il piroscafo per la forza di una buona macchina, filava velocemente; le onde, venivano a romper contro i suoi fianchi, e cadevano: cosi che, dopo rasentato a poca distanza lo squallido e deserto isolotto della Capraja, verso sera dello stesso giorno ci trovammo davanti a Bastia, piccola città, disposta ad anfiteatro sulla montagna córsa. Anche qui una breve fermata, il tempo necessario per lo sbarco dei passeggieri: poi, costeggiando sempre la Corsica, il vapore fece rotta per la Sardegna, ed all’albeggiare del giorno 10 Luglio si toccò la Maddalena. Sbarcammo subito.
II
LA MADDALENA
Eccoci adunque vicini alla meta del nostro viaggio. Il paese di Maddalena è il capo luogo del Comune omonimo, nella cui giurisdizione amministrativa trovasi l’isola di Caprera.
Veduta dal bastimento, la piccola borgata mostra un giulivo aspetto, le sue casette quasi tutte d’un sol piano, bene allineate e dipinte a freschissime tinte chiare, spiccano a grande distanza e lasciano nel forestiero un’impressione assai cara.
La popolazione dell’isola non supera i 1800 abitanti e ritrae i mezzi di sussistenza quasi esclusivamente dalla pesca e dal commercio di mare. Ivi poi trovano tranquillo ritiro oltre 200 pensionati, per la maggior parte capitani, nostromi e marinai, i quali dopo avere percorsa la carriera militare nella nostra marina, stanchi delle lotte col mare vengono in questo solitario paesello a passarvi gli ultimi anni della loro vita. Alla sera sulla piazza che guarda il mare, questi uomini, cui la vita marinaresca diede al volto un colore abbronzito, si riuniscono a capanelli raccontando vicendevolmente le incontrate avventure e le passate burrasche, contenti di avere ora ritrovato un luogo di riposo e di quiete.
Se però il paese, dalle strade bruttissime, può avere qualche attrattiva, l’aspetto generale del suolo dell’isola Maddalena mette un senso di vero sconforto. Il terreno è leggermente montuoso, ma su quelle pendici brulle, petrose, arse da un sole tropicale, l’occhio invano cerca un luogo su cui riposare. In mezzo a questa landa, l’opera industre e paziente dell’uomo ha saputo, lottando contro le forze della natura, formare qua e là degli orticelli cinti da muri, vere oasi in mezzo al deserto, ne’ quali coltivare erbaggi, verdure, qualche vite e qualche pianta da frutto. Eppure anche qui la vegetazione è stentata, perchè tutto inaridisce sotto quel cielo infuocato, il quale da circa due anni non lasciò cadere una goccia d’acqua. Le sole piante che vi allignano con prospera vegetazione sono i fichi d’India, dei quali gli abitanti sperano quest’anno un abbondante raccolto: se questo prodotto mancasse, la popolazione dell’isola non avrebbe di che vivere per un mese, tanto il terreno è ingrato ed infecondo.
E lo stesso dicasi di Santo Stefano, isoletta che trovasi di fronte alla Maddalena, e che appunto per la sua sterilità è inabitata.
Alla Maddalena esiste una sola locanda esercita da certo Filugelli Remigio, toscano, da molti anni dimorante nell’isola. Per quanto il confortable lasciasse molto a desiderare, tuttavia per necessità vi piantammo le tende e fissammo gli alloggi. Ivi si strinse subito relazione col signor Luigi Webber di origine Inglese, che per affari frequenta la Maddalena, e col signor Viggiani Salvatore, Vice Console Francese nativo del luogo, giovine affabilissimo, il quale perdette un fratello a Monterotondo nella campagna del 1867 e che possiede per ciò una bellissima lettera di condoglianza, scritta di pugno da Garibaldi allorchè si trovava prigioniero al Varignano. Egli la conserva religiosamente in un quadretto.
Per un certo sentimento di rispetto alle Autorità costituite ed anche per consiglio del signor Viggiani poco dopo esser giunto alla Maddalena mi recai a fare una visita al Sindaco del luogo, signor Cav. Leonardo Bargoni. Trovai in lui una persona di modi franchi e cortesi, e quando seppe lo scopo della mia venuta nell’isola si prese la premura di porre ai miei ordini, per la gita a Caprera, il barcaiuolo Nicola Serra. Questi, perchè barcaiuolo, servì Garibaldi per oltre 12 anni, lo seguì quale domestico nell’ultimo viaggio a Napoli e Palermo, e perciò conosce molti particolari della vita intima del generale. Egli era l’uomo per me preziosissimo e subito gli ordinai che allestisse il suo canotto per l’andata a Саprera. Con un vento favorevolissimo in poppa e mercè l’ajuto di una buona vela in meno di 20 minuti superammo il tratto di mare che intercede fra il paese di Maddalena e l’isola di Caprera.
Siamo quindi in faccia a questo luogo tanto caro al cuore d’ogni Italiano, e sì pieno di memorie, e mille emozioni ci toccano l’animo, pensando che stiamo per camminare quel suolo che racchiude la salma del grande atleta dell’umanità.
III
CAPRERA
L’isola di Caprera, l’antica Phitonis, trovasi a levante di quella della Maddalena, dalla quale un breve tratto di mare la separa. Si distende per la lunghezza di circa 4 chilometri a guisa d’arco i cui estremi punti sono rivolti l’uno verso il Mediterraneo, l’altro verso la Sardegna. È formata da una piccola catena di monti a varj ridossi, su uno de’ quali sorge la bianca casetta del generale.
Il monte Teggialone costituisce la vetta più alta dell’isola e la superficie del suolo non è altro che un avvicendarsi di roccie e massi granitici fra i cui interstizj crescono arbusti, eriche, mirti, acacie ed altre piante odorose. Prima che l’isola divenisse proprietà di Garibaldi non v’era alcun segno di coltivazione e solo due o tre pastori la abitavano attendendo alla pastorizia; ma dacchè passò nelle mani del Generale, egli ne ridusse a coltura varie plaghe nettando il suolo dai sassi e dagli arbusti che lo ingombravano. Sulle balze incolte dell’isola poi e frammezzo alle macchie vivono allo stato selvaggio vacche e capre in discreta quantità, le quali alla vista dell’uomo fuggono velocemente, nè si possono prendere che a colpi di fucile o col laccio. Vi annidano parimenti molti stormi di pernici, ed il Generale si dilettava anche di allevarvi una quantità di galline, tacchini, colombi e conigli, che vidi io pure girovagare nelle adiacenze della casa o rinchiusi nei cortili.
Non è poi vero, come asserirono varj giornali, che l’isola fosse tutta di pertinenza del Generale, egli ne possiede la maggior parte, ma alcuni appezzamenti spettano a due altri proprietarj, i quali ad onta delle vive istanze del Generale non vollero mai cedergli la loro proprietà.
Il canotto che ci conduceva tocca la sponda, e primo vi discende il bravo Nicola che ci ajuta a por piede a terra. La riva a cui approdiamo si chiama Puntarella, e subito prendiamo il sentiero, che s’aggira quale tortuoso meandro fra una fitta boscaglia di eriche e lentischi e mena alla casa. Fatto circa un quarto d’ora di cammino c’incontriamo con uno dei coloni del Generale certo Giacomo Simone che ci saluta e risponde cortesemente alle nostre domande.
Facciamo pochi passi ancora ed a destra e sinistra si scorgono due campi abbastanza estesi cinti da muricciuoli, in uno dei quali era stato tagliato l’orzo e nell’altro si vedeva alternata la coltivazione dell’orzo con quella delle viti e delle piante di fico. In un angolo del detto campo il colono ci adita un luogo ombreggiato ove il Generale molte volte soleva recarsi al mattino a farvi colazione, e più oltre nel mezzo ci mostra un grosso e frondoso salice dai rami cadenti, ai piedi del quale sta sepolta la cavalla, che il Generale inforcava a Marsala e che egli condusse a Caprera. Mori dopo aver partorito un puledro, che abbiamo veduto girovagare nell’isola in compagnia di altri due cavalli.
Procediamo oltre: il sentiero si è tramutato in una strada abbastanza larga, comoda e quasi carrozzabile ed eccoci alla casa del Generale.
Trovasi questa su di un piano formato e recinto da grosse roccie granitiche, dal quale si domina il mare, la Sardegna e le isole della Maddalena e di Santo Stefano. Il fabbricato di un sol piano, è sormontato da una piccola torre rotonda nel mezzo, ha forma rettangolare, le muraglie tinte d’un bel bianco e, nella parte posteriore, ampio cortile cinto da muri, nel quale vedonsi e la stalla, e la casetta in ferro regalata al Generale da un Inglese, e la piccionaja in legno, prima abitazione di Garibaldi quando cominciò a dimorare nell’Isola. Poco lungi dalla casa d’abitazione, a sinistra, si vedono poi altri piccoli fabbricati, in uno dei quali funziona il mulino a vento mosso da una ruota di ferro a grandi pale, nell’altro si ripongono oggetti d’uso, nel terzo che ha una corte davanti, vivono i conigli. Questi timidi animaletti, saranno un centinajo circa, saltellano qua e là in aspettativa di qualche mano benefica che loro getti un cavolo da rosicchiare.
Prima di entrare nella casa il nostro Nicola ci vuol condurre a vedere il luogo da Garibaldi prescelto per la cremazione della sua salma, ed infatti a cento metri circa di distanza dalla casa ci troviamo in un piccolo piazzale nascosto fra i massi e le piante, nel mezzo del quale sonvi due pilastri di muro a secco, probabilmente fatti costrurre per adagiarvi il cadavere. Ivi doveva essere eretta la pira e, per formarla, con previdente pensiero il Generale un anno fa aveva fatto preparare la catasta di legne odorose, colle quali voleva essere abbruciato, quella catasta scomparve! all’epoca dei funerali tutti vollero avere un ricordo e portarono via un pezzo di quelle legna accatastata.
Chissà quante volte l’Eroe sarà venuto a questo luogo e quivi, stanco delle vicende d’un’esistenza tanto avventurosa, abbatuto dalle infermità, che ne travagliavano il già robustissimo suo corpo, avrà forse desiderato il giorno, in cui le fiamme purificatrici dovevano incenerire il suo frale! Lasciammo questo luogo si pieno di memorie e ci avviammo verso la casa. Per mezzo della nostra guida ci facciamo annunciare al signor Vincenzo, cognato della vedova del Generale, che in nome degli Eredi ha la custodia dell’Isola, e subito siamo introdotti nella camera ove il Grande esalò l’ultimo suo respiro. Qual sentimento di religioso rispetto si prova varcando quella soglia! Compresi del nostro nulla al confronto di questo Gigante dell’Umanità un vago senso di timore e di venerazione s’impadronisce del nostro animo e ci sembra perfino che il nostro contatto abbia a profanare la solenne maestà di questo luogo si sacro. E qual sentimento di tristezza c’invade allorquando gittiamo gli sguardi su quel letticiuolo, ove si dibattė nelle ultime strette dell’agonia quell’uomo che abbraccio tutto il mondo colla sua fama!
Il letto posa su un semplice fusto di ferro ed è lasciato tale come era al momento della morte, colle medesime coltri cioè ed in una posizione inclinata verso la finestra che prospetta al mare. Sul guanciale vedesi ancora l’impronta del sudore sparso da quell’augusto capo. Vicino al letto, appeso alla parete, un almanacco Americano segna la data del 2 giugno 1882, ore 6.20 pom. istante in cui il cuore del Generale cessò di battere. Poste sul letto stesso, sui mobili della camera, appese alle pareti stanno moltissime corone inviate da Associazioni e Municipj d’Italia, di Francia e d’altre Nazioni.
La camera è grande e spaziosa e fu costrutta da poco tempo per desiderio della moglie del Generale, ed ivi vennero raccolti tutti gli oggetti più cari e che possono meglio ricordare l’Eroe. Cosi vediamo il ritrattino ad olio della signora Rosa Raimondi madre del Generale, poi due ritratti ad olio di marinai Nizzardi intimi di lui amici, due altri del figlio Manlio, un quadro contenente varie fotografie dei suoi compagni d’armi fra le quali ravvisiamo quelle di Nullo e di Bronzetti morente, ed infine un grande ritratto ad olio d’un generale Americano amico di Garibaldi.
In un canto stanno le due carrozzelle ch’egli infermo usava negli ultimi suoi anni e vicino ad esse una cassa contenente molte carte topografiche ed una libreria di opere Italiane ed Inglesi. In un altro angolo della camera, con un senso di compassione scorgiamo le gruccie e volgendo dattorno lo sguardo ravvisiamo un tavolino sul quale è deposto l’album, offertogli dalla gloriosa falange dei Mille, un piccolo divano, una poltrona, un altro tavolo portante la sua posata, un necessaire per caffè, spazzole, pettini ed il calamajo usato, come gli altri oggetti, dal Generale.
Finalmente appeso al muro ci viene mostrato il bastone col pomo d’ottone del capo tamburo della legione Italiana di Montevideo ed in un altro canto una lancia di ferro arruginita, probabilmente altro ricordo delle guerre d’America.
Già da una mezz’ora siamo nella сamera contemplandone ogni oggetto e ci sembra di non potere staccarci, se il pensiero di non abusare della cortesia del signor Vincenzo che gentilmente risponde ad ogni nostra richiesta, non ci spingesse a lasciare quelle sacre pareti.
Passiamo a vedere gli altri luoghi: la sala da pranzo, due altre camere e scorgiamo dappertutto una semplicità veramente spartana: il mobilio è dei più modesti, il lusso ne è affatto sbandito, tanto che si direbbe esser quella la casa di un operajo non quella dell’uomo donatore di regni.
Traversiamo il cortile e la stalla per recarci alla tomba. Non abbiamo fatto cento passi lungo un piccolo sentiero ed eccoci al campicello che racchiude nel suo seno la venerata spoglia. Il Generale s’era formato il suo piccolo camposanto circondando uno spazio di pochi metri quadrati con una ringhiera di ferro e piantandovi all’ingiro dei cipressi e salici piangenti che dànno al luogo un aspetto di religiosa mestizia. In esso erano state tumulate le figlie Anita e Rosa a lui premorte e vicino a queste venne deposta la sua salma. Le tombe delle figlie consistono in due distinte casse di marmo bianco Carrarese, sporgenti dal terreno, e nel mezzo del piccolo cimitero s’erge un monumento pure di marmo bianco a ricordo della figlia Rosa.
La tomba, entro cui venne rinchiuso il Generale, è formata da una cassa rettangolare, rilevata dal terreno e leggermente inclinata, colle pareti di pietra e coperta da un vero masso granitico del peso d’oltre 4 tonellate, tagliato da una roccia dell’Isola, grossolamente sagomato ed assicurato sulla cassa mediante robuste verghe di ferro. Sotto quel masso dorme il sonno eterno il corpo del Generale, rinchiuso in altre tre casse una di legno di pino, una di zinco e l’altra di legno noce. A custodia poi del luogo vi fanno la guardia di e notte due sentinelle, al quale scopo dimora, parte nell’Isola e parte alla Maddalena, una mezza compagnia del 38° Reggimento fanteria.
L’ora era tarda e ci riservammo quindi a visitare il resto dell’Isola nella giornata successiva. Il mare s’era ingrossato, il vento cresceva e v’era il pericolo di non poter approdare alla Maddalena; Nicola pertanto sollecitava la partenza: e noi scendendo a gran passi verso la riva entrammo nel canotto. A forza di remi, non per la rotta di prima, attraversiamo il canale detto della Moneta, tratto più breve fra l’isola di Caprera e quella di Maddalena. Dopo molti sforzi guadagniamo la sponda di quest’ultima e ci rechiamo a piedi al paese.
Al mattino del successivo giorno 11 Luglio, il battelliere Nicola è pronto col suo canotto per riceverci; c’entriamo, mio padre e l’Inglese Webber, che volle esserci compagno nella gita, ed io. Con un buon vento in poppa tocchiamo ben presto la riva di Caprera e sbarchiamo al medesimo luogo di Puntarella.
Rifacciamo il sentiero e torniamo una seconda volta a visitare il luogo designato per la cremazione, la casa e la tomba. C’intratteniamo qualche istante a parlare colla sentinella e col colono Giacomo Simone e poscia lungo il sentiero che si prolunga dal sepolcreto, scendiamo alla marina.
Il tratto, che da quello si stende al mare, è il meglio coltivato dell’Isola. Sembra che dattorno a quel piccolo spazio di terra, consacrato a raccogliere le spoglie dei suoi cari, il generale avesse voluto raccogliere le sue principali cure e fare che scomparissero le traccie della selvaggia natura, abbellendone il suolo con alberi e piante da giardino. Infatti a destra del sentiero si stende un bel oliveto piantato a filari disposti con simmetria, più avanti ajuole di limoni ed aranci fanno contrasto colle ripide balze del vicino monte Teggialone. Ma quanti sforzi avrà dovuto costare al Generale l’allignamento di tali piante in un suolo arido tanto ed infecondo! Le sorgenti nell’isola sono scarsissime ed a stento forniscono l’acqua potabile all’uomo. Tutto si sarebbe inaridito sotto quel cielo, da cui non cade quasi mai stilla di benefica pioggia, se il Generale non avesse fatto scavare qua e là i pozzi dove raccogliere le scarse acque piovane e quelle del sottosuolo, per innalzarle colle pompe e distribuirle con opportuni canaletti framezzo a quelle ajuole.
La coltura dell’isola fu dunque una vera conquista dell’uomo sulla natura, ed il Generale ben sapeva ottenerla colla sua perseverante attività e coll’immenso amore che nutriva per questo romito scoglio, ove meditò e decise i destini della sua patria prediletta. Ed esso era tanto caro al suo cuore che allorquando, così ci narrava Nicola, ritornava dal continente e metteva piede a Caprera era tutto raggiante di gioja ed andava continuamente ripetendo che non avrebbe cambiata la sua isola colla più splendida reggia, nè l’avrebbe ceduta per tutto l’oro del mondo. Ed anche nell’ultima sua gita a Palermo, in occasione delle feste pei Vespri, nella quale il nostro Nicola gli fu sempre ai fianchi come infermiere, il Generale presentendo forse la sua prossima fine per l’aggravarsi del male, in onta ai medici, alla famiglia ed agli amici che lo esortavano a restare, volle far ritorno a Caprera, perchè là voleva finire i suoi giorni. Ed infatti il vaticinio non tardava ad avverarsi, perchè poco tempo ancora e del leone d’un giorno non doveva restare che una fredda ed inerte spoglia, mentre la sua grand’anima se ne volava in seno della prima Cagione, fra gli eterei spazj dell’Immortalità.
Procediamo oltre in compagnia di Nicola e del colono. Quest’ultimo col suo occhio acutissimo scorge da lungi un branco di capre selvatiche e ce le addita. Puntiamo subito il canocchiale e le vediamo saltellare in cerca di qualche filo d’erba, ma ben presto, forse vedendoci muovere, si tolgono ai nostri sguardi, cacciandosi fra le macchie. Come tutti gli animali selvatici esse sono assai sospettose e fuggono rapidamente all’approssimarsi dell’uomo, per cui allorquando il cacciatore vuole inseguirle deve farlo colla massima cautela ed approfittare che il vento spiri in senso contrario, perchè dal solo odorato esse conoscono da lontano l’avvicinarsi del loro temuto assalitore.
Ci avviciniamo sempre più alla spiaggia e giungiamo al luogo denominato Stagnarello. Questo è il vero porto dell’isola, perchè il mare s’interna a guisa di piccolo seno ed una diga in parte lo chiude. È da questo luogo che Garibaldi nel 1867 in una notte oscura, mentre tutto era silenzio e tenebre messa in acqua una navicella appena capace di contenerlo – e che teneva nascosta in un canneto – s’affidava ai flutti del mare, e guizzando passava la crociera fra le navi, che il Governo Italiano manteneva affinchè non fuggisse da Caprera. Fuggito solo, arriva alla Maddalena, trova la tartana noleggiata dal genero Stefano Canzio, e veleggia a Toscana. Sublime istante, nel quale un uomo, solo, su misera barchetta senz’armi, ma colla fede dei destini d’Italia nel cuore, sfidò i cannoni delle navi Italiane per andare a combattere l’ultima battaglia contro quel Papato, che Egli tanto abborriva.
Sulla riva di Stagnarello il Generale aveva fatto costrurre una casetta di legno ad uso camerino da bagno. Quivi nella stagione estiva soleva farsi condurre in carrozzella, e fattosi spogliare, prendeva il bagno mentre sott’a suoi occhi il suo adorato Manlio sfidava a nuoto le onde e si spingeva nel mare. V’erano la moglie e la figlia Clelia a compiere questo idillio; ed egli trascorrea la vita felice fra quelle famigliari dolcezze che assopivano i suoi mali. Poco lungi dal luogo da bagno v’era un fabbricato in pietra nel quale si tenevano le imbarcazioni utili alla pesca di cui il Generale si compiaceva moltissimo.
Lasciamo anche questa località e, percorrendo una strada diritta e larga, forse la migliore dell’isola, giungiamo di nuovo alla abitazione e ci congediamo dal signor Vincenzo. Frattanto il colono Giacomo Simone ci aveva approntati alcuni bastoni di acacia, che accettammo molto volontieri come ricordo dell’isola, poi ritornati alla riva di Puntarella montammo nel nostro canotto per abbandonare Caprera.
Ci allontaniamo a forza di remi, ma i nostri sguardi sono sempre rivolti a quella bianca casetta che spicca frammezzo alle roccie e che resterà indelebilmente impressa nella nostra memoria. Salve adunque, o scoglio benedetto, oggi non più isola perduta fra i flutti del cilestre Mediterraneo, ma tomba ciclopica che nelle tue roccie conservi la salma del più grande contemporaneo, del patriota, terribile arcangelo della libertà. Su questo scoglio verranno le Italiche genti a ritemprarsi nel pensiero di Lui, ed il suo spirito aleggerà sulle generazioni future riaccendendo la fiamma di fratellanza e di amore. Ai popoli oppressi novello Messia, il suo nome, per quanto il mondo duri, sarà invocato da quanti avranno bisogno di fede, coraggio e concordia per vincere le forti prove, le battaglie della libertà.
IV
ULTIMO PRANZO A LA MADDALENA, LA RIPARTENZA, IL VIAGGIO DI RITORNO
Attraversato di nuovo il canale della Moneta approdammo all’isola della Maddalena. Per entrare in paese si cammino sotto un sole cocente, mitigato appena da una dolce brezza marina, e dopo un’ora vi si giunse. La passeggiata aveva provocato un forte appettito ond’è che fu presa d’assalto la cucina del nostro locandiere. La nipote di questi, una sagace quanto bella Maria dagli occhi neri e dalle treccie corvine, con divinatrice previdenza aveva già imbandita la mensa.
Noi tosto ci mettiamo a tavola, ed il signor Viggiani ci fa compagnia graditissima, perchè ci occupò narrandoci molti particolari della vita intima e veramente spartana, condotta dal Generale in Caprera. Goethe ebbe a dire che nessuno è grande in faccia al proprio servo, ma tante erano le virtù di questo eroe dell’antichità, che anche i suoi più intimi e famigliari ne parlavano con entusiasmo, con quell’entusiasmo, che soltanto un uomo virtuoso e grande fa nascere in chiunque. E quando quest’uomo sovrumano morì, tutta Maddalena all’annunzio ferale si riversò in Caprera ad ammirare per l’ultima volta quel caro viso, di cui rammentavano i dolci sorrisi e gli sguardi fulminei. Si videro in quella mesta occasione, vecchi ottuagenarj trascinarsi dove egli giaceva cadavere, e piangere il perduto amico, il benefattore.
Le ore a tavola volavano fra l’alternato racconto e ben presto giunse il vapore che doveva condurci sul continente.
I buoni e tranquilli Maddalenini intanto, raccolti sulla piazza godono il fresco ed aspettano l’arrivo del postale. Verso sera con un’ora di ritardo esso compare dall’estrema punta dell’isola e maestoso s’avvicina all’approdo.
Dato l’addio ai conoscenti montiamo a bordo. Il bastimento la Caprera della Società Rubattino proveniva da Cagliari. La coperta era gremita d’operai e braccianti Toscani, i quali nella stagione estiva abbandonavano la Sardegna per timore delle febbri. Ma pur troppo molti erano già stati colpiti dal terribile male e sui volti scialbi, sparuti, dei febbricitanti si scorgevano i solchi delle fatiche che, quei poveri disgraziati sopportavano per meschini guadagni lasciando la salute nelle miniere della Sardegna.
Si aspetta il segnale della partenza, ma si dubita che l’oscurità ci obblighi a stare sull’ancora tutta la notte: infatti il Capitano, non volendo arrischiare l’uscita dal canale della Maddalena in quell’ora, fra tutti que’ scogli, dispose acciò che la partenza avvenisse solo all’alba del di successivo. Ci dovemmo adattare a quest’ordine, prendere posto nelle nostre cabine ed aspettare il mattino.
Come fu dato segnale della partenza montiamo sul cassero per godere lo stupendo spettacolo del levarsi del sole. Quale spettacolo vederlo sorgere dal mare in tutta la sua sfavillante maestà! Il vapore fila velocemente, traversa le Bocche di San Bonifacio e rasenta le coste della Corsica. Il mare era tranquillo ed a bordo regnava il buon umore il più schietto. La terra Corsa è perduta di vista dopo alcune ore di viaggio e da lungi scorgiamo l’isola di Montecristo, poi la Pianosa ed ultima l’Elba.
Superiamo il Capo Corso ed il vapore volge la prua verso Livorno. Ma prima di giungervi il mare volle darci una seconda prova della sua cattiveria. La calma tutt’a un tratto si cambia in vento impetuoso, in giganteschi cavalloni che si frangono contro il bastimento che invadono la tolda, che passano da un capo all’altro del bordo. L’allegria che regnava ben presto scompare e tutti cercarono rifugio per salvarsi dall’aqua e dalla violenza del vento. Ma la burrasca cresce ed ormai non v’è che rassegnarsi a subire i capricci dell’infido elemento. Alcuni di quelli che sentivano il tormentato della fame siedono per mangiare, ma i tavolini, le sedie, i bicchieri, sbattuti da un capo all’altro, rotolando rendono vano qualunque tentativo: anche i più affamati dovettero entrar la cabina. Quante volte non desiderai le mie care montagne e mi risovvennero quei versi:
Loda il mare in chiari accenti Ma alla terra sempre attenti…!
Per ben otto eterne ore durò la burrasca finchè verso mezzanotte entrammo nel porto di Livorno.
Il mare, il bastimento e tutto l’insieme m’era divenuto terribilmente uggioso, antipatico, mi sembrava che il pavimento scottasse sotto i piedi, tanto mi ardeva ormai il desiderio di scendere a terra; ma no…! Anche questa brama doveva essermi contrastata fino all’ultimo.
Un povero diavolo di quei lavoratori fuggiti dalla Sardegna per la malaria, era morto durante la traversata e l’autorità sanitaria del porto non voleva rilasciare la libera pratica, non ci permetteva di scendere a terra pel timore di qualche malattia epidemica. A tale notizia tutti i passeggieri, ispecie quelli che avevano gli abiti bagnati, gridano che è impossibile pernottare a bordo, con danno della salute. Io pure, che guardavo la riva con quell’occhio ansioso col quale gli Ebrei travidero la Terra Promessa, non mancavo di aggiungere legne al fuoco aiutando gli spiriti un po’risentiti e turbati di quei lavoratori e persuadendoli a recarsi dal capitano ad esporre le loro ragioni. Il comandante, eccellente persona, aderì alle loro istanze, scese a terra e ritornò a bordo in compagnia del medico della Società, il quale dopo avere esaminato il cadavere, diede il tanto desiderato permesso di sbarcare. La notizia venne accolta con un urrà generale, e subito scendemmo a terra, dimenticando anche il disgusto e il disagio del mare, perché soddisfatti di avere da buoni Italiani pagato, colla nostra visita, il tributo di riconoscenza al più grande cittadino della patria nostra.